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Giornata Nazionale Parkinson. Una battaglia per il corpo e per lo spirito

parkinson-2Nel suo trattato del 1817, James Parkinson la definì “paralisi agitante”, denominazione già utilizzata da Galeno nel 175 D.C. Il medico, paleontologo e geologo londinese, un personaggio molto eclettico che finì anche sotto processo per le sue idee politiche, fu infatti il primo, nel XIX secolo, a individuare e descrivere gran parte dei sintomi di quella che da allora fu definita, appunto, Malattia di Parkinson. Il Parkinson è una patologia neurodegenerativa, la più frequente nella categoria dei cosiddetti disordini del movimento. Nonostante sia conosciuta da molto tempo (esiste una descrizione nella concezione medica indiana dell’ayurveda, che chiama la patologia “Kampavata”, e un’altra in un documento cinese di 2500 anni fa), c’è ancora molto da fare per definirne con esattezza le cause.

I neurologi oggi parlano di una “cascata neurodegenerativa”, di eventi concatenati che portano alla graduale perdita di quei neuroni che producono dopamina, sostanza appartenente alla categoria dei neurotrasmettitori, fondamentali per la comunicazione tra le cellule nervose.

“La morte cellulare di questi neuroni, dovuta a una alterazione delle proteine presenti al loro interno, –spiega il dottor Nicola Modugno, Responsabile del Centro per lo Studio e la Cura della Malattia di Parkinson dell’I.R.C.C.S. Neuromed – provoca la perdita di dopamina e di conseguenza lo sviluppo dei sintomi della malattia.  In realtà quello che noi sappiamo  è che le cause di questa cascata degenerativa possono essere molteplici: da quelle genetiche, l’8% dei casi, a quelle connesse con fattori esterni, come la presenza di alcune sostanze nell’atmosfera e nell’ambiente  in cui viviamo”.

Da sfatare una falsa convinzione: il Parkinson non è una malattia esclusivamente dell’anziano. Presente in tutto il mondo ed in tutti i gruppi etnici, si riscontra in entrambi i sessi, ma con una lieve prevalenza in quello maschile. Sicuramente con l’aumentare dell’età aumenta anche la possibilità di sviluppare la patologia, che raggiunge il 3 – 5% della popolazione quando si superano gli 85 anni. Mentre prima dei 20 anni è estremamente rara, una picola percentuale di pazienti, circa il 5 %, presenta un esordio giovanile, tra i 21 e i 40..

I principali sintomi motori della malattia di Parkinson sono ben conosciuti anche ai non addetti ai lavori: il tremore a riposo, la rigidità, la bradicinesia (un rallentamento nell’esecuzione dei movimenti, la difficoltà a iniziarli o addirittura un “congelamento” mentre si compie un’azione) e, in una fase più avanzata, l’instabilità posturale (perdita di equilibrio). Sono sintomi che si presentano in modo asimmetrico, con un lato del corpo più colpito rispetto all’altro, e che spesso non vengono riconosciuti immediatamente perché si manifestano in modo sottile e si sviluppano lentamente. Talvolta sono i familiari oppure i conoscenti ad accorgersi per primi che “qualcosa non va” e incoraggiano il paziente a rivolgersi al medico.

Esistono poi altri sintomi, definiti “non motori” del Parkinson, che possono colpire il sistema nervoso autonomo (che controlla le funzioni degli organi interni), o possono vedere modifiche nell’umore e nel sonno, arrivando anche a disturbare l’olfatto.

Oggi la medicina può offrire una serie di possibilità farmacologiche, chirurgiche e riabilitative che, tramite un approccio multidisciplinare, possono aiutare i malati a superare alcuni dei limiti che la patologia impone alla loro vita. Sostanzialmente il minimo comune denominatore è quello di offrire un miglioramento dei sintomi.

“Aiutiamo i pazienti a convivere al meglio con la patologia. – afferma il dottor Modugno – La terapia farmacologica è prettamente incentrata sulla somministrazione, orale e ad infusione a seconda dei casi, di uno specifico farmaco, la Levodopa, e da farmaci dopaminoagonisti di sostegno a quest’ultimo. In determinati casi selezionati, poi, abbiamo anche una opzione chirurgica – continua il neurologo –  con l’impianto di elettrodi intracerebrali, invisibili all’occhio, che in maniera analoga ai pace maker cardiaci inviano stimoli ai nuclei cerebrali profondi producendo una stimolazione elettrica capace di dare un beneficio, simile a quello farmacologico, alle funzionalità cerebrali”.

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Ufficio Stampa

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