La
malattia di Parkinson
“…mi fa stare bene prendere tutto alla
leggera. Capisco che il signor P. non schioda, ma non vince.
Anzi, lo posso prendere in giro quando voglio. Faccio come
la satira, che irride i potenti. Ci rido su anch’io.
Se tremo, non è per la paura.”
Tratto dal libro: “L’inquilino dentro”
di Francesco D’Antuono e di Giovanni Piazza
LA
MALATTIA DI PARKINSON e LA SUA STORIA
Del Dr. Nicola Modugno
In
Europa, già alla fine del XV secolo Leonardo da Vinci
descrisse la Malattia di Parkinson, ma ancora prima (circa
1000 anni prima di Cristo!) gli indiani la conoscevano e a
chi ne era affetto consigliavano l’assunzione di legumi,
soprattutto fagioli e fave, che si sono rivelate ricche di
levodopa (il principio che attualmente si utilizza per la
cura della malattia!).
In occidente non si hanno altre informazioni sino al 1817,
quando un medico inglese, James Parkinson, descrisse in un
suo trattato scientifico una malattia, che chiamò “Paralisi
agitante”.
Il morbo di Parkinson è una delle più frequenti
malattie neurologiche ed è caratterizzato da disturbi
del movimento, mentre la lucidità mentale del paziente
permane a lungo dopo le prime apparizioni della malattia.
In Italia i malati sono quasi 250.000 e l'età media
di insorgenza è di 50-55 anni circa, ma in rari casi
può presentarsi anche prima. La malattia è dovuta
ad una degenerazione di particolari cellule nervose (neuroni
dopaminergici della sostanza nigra) siti nel tronco dell'encefalo.
L'attività di questi neuroni, connessi con altri centri
celebrali (gangli basali), è di produrre la dopamina,
un neurotrasmettitore che intermedia la comunicazione tra
le cellule nervose. Quando si presenta la malattia, la dopamina
viene a mancare e si crea uno squilibrio tra i centri nervosi
che controllano i movimenti automatici.
I
sintomi
I
sintomi principali della malattia sono:
• Bradicinesia: comporta una lentezza generale nei movimenti,
specie nel loro inizio e nel loro arresto evidente soprattutto
nel cammino;
• Rigidità muscolare di tronco e arti;
• Tremore a riposo dei gruppi muscolari che si arresta
non appena il soggetto comincia un movimento volontario
• Alterazione dei riflessi posturali e freezing, inteso
come disturbo della deambulazione
Nelle fasi avanzate della malattie, si possono presentare
complicanze non motorie, tra i quali disturbi del sonno, disfunzioni
autonomiche (ipotensione ortostatica, disturbi gastrointestinali),
stati ansioso-depressivi ed attacchi di panico.
Diagnosi della malattia di Parkinson
La diagnosi si basa:
- i sintomi, almeno due dei sintomi sopra descritti, riscontrabili
tramite una
corretta visita neurologica;
- i test farmacologici, utilizzando apomorfina (stimolante
del recettore dopaminergico) oppure levodopa, che forniscono
informazioni sulla funzionalità del recettore dopaminergico;
- esami strumentali quali TAC o Risonanza magnetica nucleare
encefalica, meglio se con magnete da 1,5 tesla, che possono
dare informazioni anatomiche molto dettagliate sulle strutture
cerebrali coinvolte;
- esami di tipo funzionale, quali PET o Spect con vari traccianti
per valutare la funzionalità recettoriale o l’attività
dei nuclei tramite studi sul flusso ematico. Il grado di queste
varie attività viene registrato su una pellicola e
presentato come variazione di colore: più è
presente attività, più è chiaro il colore.
Queste tecniche rivestono un ruolo molto importante sia per
quanto riguarda la diagnosi che per la valutazione dell’evoluzione
della malattia. Sono di istituzione relativamente recente
e possibilmente suscettibili di ulteriore sviluppo e utilizzo,
in particolare per quanto attiene a nuovi traccianti che permettano
ulteriori studi cellulari “in vivo”. Negli ultimi
anni è stato introdotto l’esame SPECT con uso
di DATSCAN (il DATSCANTM, 123I Ioflupane, con alta affinità
per i trasportatori della dopamina), che permette di confermare
la diagnosi di malattia di Parkinson nei casi clinicamente
dubbi.
I
parkinsonismi
La diagnosi differenziale tra malattia di Parkinson e sindrome
parkinsoniane puo’ risultare, in alcuni casi, molto
complessa.
Sebbene vi siano dei criteri diagnostici specifici per la
malattia di Parkinson e le sindromi parkinsoniane, la diagnosi
di ognuna di esse non e’ semplice perche’ spesso
si possono riscontrare dei fattori confondenti.
I sintomi d’esordio possono essere a lungo subdoli e
scarsamente suggestivi, oppure possono essere indicativi di
una diagnosi di malattia di Parkinson idiopatica, come nel
caso della comparsa di rigidita’ o impaccio motorio
in un unico segmento corporeo, o di risposta positiva alla
levodopa.
In altri casi l’esordio di una sindrome parkinsoniana
atipica puo’ avvenire con la comparsa di un disturbo
psichico o di declino cognitivo.
Infine vi possone anche essere segni clinici specifici che
possono suggerire sin dall’esordio la diagnosi di una
sindrome parkinsoniana atipica come per esempio esordio bilaterale,
comparsa precoce di disturbi dell’equilibrio e della
deambulazione, una modesta o scarsa risposta alla terapia
dopaminergica, la presenza di sintomi neurovegetativi come
disturbi della minzione e del controllo sfinterico o del controllo
pressorio, sintomi piramidali e/o cerebellari.
In genere l’eta’ d’esordio e’ un fattore
che puo’ facilitare l’orientamento diagnostico.
Nei casi di dubbia interpretazione il fattore tempo, in genere,
rappresenta il mezzo diagnostico piu’ sensibile ed efficace,
poiche’ tutte le sindromi parkinsoniane di natura degenerativa,
presto o tardi, mostrano un rapido e progressivo deterioramento
delle condizioni cliniche del paziente e l’instaurarsi
di sintomi clinici che orientano per una diagnosi piu’
precisa. Ciascuna sindrome parkinsoniana, infatti, quando
diventa conclamata presenta un quadro clinico abbastanza caretteristico
e suggestivo. L’impressione clinica del neurologo e’
in genere quella di un quadro in via di definizione, di cui
si possono scoprire le caratteristiche in corso d’opera.
In genere le sindromi parkinsoniane possono essere di diversa
natura (genetica, tossica, iatrogena, degenerativa e vascolare)
e si presentano con una combinazione di sintomi motori e non
motori.
Nel corso degli anni i pazienti subiscono una progressiva
ed ingravescente diminuzione dell’autonomia quotidiana,
che li conduce dapprima ad una completa dipendenza dai familiari
ed infine al decesso, nella maggior parte dei casi, per motivi
opportunistici.
Gli approcci terapeutici, a differenza della malattia di Parkinson,
non producono effetti clinici significativi, ma è molto
importante seguire accuratamente ogni paziente per alleviare
il più possibile I deficit da esse causati e le conseguenze
sul singolo individuo e sull’ambiente familiare.
In questa ottica è altresì importante il ruolo
della fisioterapia e delle terapie alternative che sono in
grado di incidere positivamente su ciascun paziente.
TERAPIA
È di tipo sintomatico, vale a dire che agisce sui sintomi
ma non permette la guarigione o la regressione della malattia.
Comunque, è possibile contrastare efficacemente, anche
per lunghi periodi, il peggioramento clinico con opportune
terapie: tra queste vi sono la terapia farmacologica, il trattamento
riabilitativo e la neurochirurgia funzionale.
Trattamento
farmacologico
Levodopa
La LD, precursore naturale della dopamina, resta il cardine
della terapia farmacologica della MP. Il trattamento con LD
determina un miglioramento dei sintomi parkinsoniani, ma non
è privo di effetti collaterali di vario tipo (gastrointestinali,
cardiovascolari, psichiatrici): l’associazione con un
inibitore periferico della DOPA-decarbossilasi come la carbidopa
(Sinemet) o la benserazide (Madopar) ha consentito di ridurre
notevolemente la dose quotidiana di LD e quindi di aumentare
la tollerabilità del farmaco. Il dosaggio della LD
in fase iniziale di malattia varia da 200 a 500 mg al dì,
in almeno tre dosi giornaliere; nei pazienti in fase avanzata
si può arrivare fino ad un dosaggio complessivo di
1500 mg al dì, diviso in 6-8 somministrazioni. Questi
provvedimenti sono efficaci nel migliorare le condizioni motorie
del paziente, ma non bisogna dimenticare che essi stessi possono
essere la causa responsabile della comparsa di fluttuazioni.
Inibitori
delle monoamino-ossidasi e della catecol-O-metiltransferasi
La LD è metabolizzata perifericamente soprattutto dalla
DOPA-decarbossilasi. La LD è attualmente somministrata
sempre insieme ad un inibitore della DOPA-decarbossilasi,
quali la carbidopa o la benserazide. Usando questa combinazione,
viene prodotta una minore quantità di dopamina periferica,
con conseguenti minori effetti collaterali e una riduzione
del dosaggio complessivo di LD del 70% circa. Le MAO e la
COMT metabolizzano invece la dopamina nel sistema nervoso
centrale, ed il primo approccio razionale per prolungare la
scarsa emivita plasmatica della LD è stato quello di
usare gli inibitori delle MAO (come la selegilina) e della
COMT (pirigallolo, dopacetamide, butilgallato, entecapone,
tolcapone).
Agonisti
dopaminergici
L’uso degli agonisti dopaminergici è stato notevolmente
incoraggiato negli ultimi anni, in seguito alla pubblicazione
di diversi studi che hanno dimostrato come la precoce utilizzazione
può ritardare significativamente l’insorgenza
di fluttuazioni motorie e discinesie. Tra gli agonisti dopaminergici
abbiamo quelli ergolinici (bromocriptina, lisuride, pergolide,
cabergolina) e quelli non-ergolinici (ropirinolo e pramipexolo).
La cura può essere personalizzata con l'età
del soggetto. Se il Parkinson compare a meno di 50 anni si
inizia con dopaminoantagonisti e solo in un secondo tempo
si usa levodopa a basse quantità; se compare fra i
50 e i 70 anni si può scegliere fra dopaminoantagonisti
e levodopa a basse quantità; se compare dopo i 70 anni
si inizia con levodopa, eventualmente associata a un dopaminoantagonista.
Apomorfina
L’apomorfina agisce su entrambi i tipi di recettori
dopaminergici ed è perciò l’unico agonista
ad avere un profilo farmacologico paragonabile a quello della
dopamina. Quando viene somministrata sottocute in soggetti
parkinsoniani, l’apomorfina è capace di far regredire
rapidamente i periodi di off motorio.. Viene perciò
usata nei casi di MP con gravi fluttuazioni motorie, sia in
infusione continua tramite una micropompa portatile sia con
singole iniezioni in bolo.
Ancora in fase di sperimentazione risulta invece il patch
dopaminergico, il cerotto medicato che rappresenterebbe un'interessante
modalità terapeutica in quanto il farmaco non passa
per lo stomaco, bensì per via percutanea e la somministrazione
è semplice e meno invasiva per il paziente.
Duodopa
La Duodopa è una nuova formulazione consiste in una
sospensione acquosa di levodopa (20 mg/mL) e carbidopa (5
mg/mL) dispersa in gel viscoso. La Duodopa può essere
somministrata mediante Gastrostomia Endoscopica Percutanea
(PEG), metodica che consente di infondere la formulazione
direttamente all'interno della cavità duodenale attraverso
una “stomia”, ossia un'apertura artificiale. Il
trattamento infusionale è riservato ad un sottogruppo
ristretto di pazienti agli stadi più avanzati della
malattia, complicati da fluttuazioni importanti della risposta
clinica alla levodopa non gestibili attraverso le più
comuni strategie terapeutiche.
Trattamento
neurochirurgico
Stimolazione
cerebrale profonda (Deep, Brain Stimulation, DBS)
La neurochirurgia stereotassica è una tecnica che permette
di dirigere uno strumento verso un bersaglio cerebrale (target)
utilizzando delle coordinate matematiche. La DBS prevede il
posizionamento di un microelettrodo a livello del target ed
il suo collegamento ad un generatore di impulsi posizionato
generalmente in regione sottoclaveare. La stimolazione elettrica
del bersaglio anatomico consente l’interruzione di alcune
trasmissioni neurofisiologiche e quindi il miglioramento della
sintomatologia motoria del paziente parkinsoniano. I candidati
per la chirurgia sono costituiti da pazienti che hanno severe
fluttuazioni motorie o discinesie indotte dalla terapia dopaminergica.
I tre principali bersagli stereotassici utilizzati nella terapia
della malattia di Parkinson sono: il nucleo subtalamico, la
parte interna del globo pallido ed il nucleo ventrale intermedio
del talamo.
L'utilizzazione del bersaglio talamico è riservata
a pazienti con tremore che risponde alla terapia medica in
assenza di bradicinesia. Poichè questa situazione non
è molto comune nei pazienti con Parkinson la chirurgia
talamica è oggi usata raramente.
Al contrario la stimolazione profonda del nucleo subtalamico
o del pallido vengono praticate con frequenza crescente in
tutto il mondo grazie alla capacità di migliorare sia
i sintomi cardinali della malattia di Parkinson (tremore,
rigidità e bradicinesia) che le complicanze motorie
da terapia sostituiva con levo-dopa (fluttuazioni motorie,
discinesie).
STIMOLAZIONE
CORTICALE EPIDURALE
Negli ultimi 15 anni la deep brain simulation (DBS) ha imposto
un suo ruolo rilevante nell’ambito del trattamento chirurgico
dei disordini del movimento e della Malattia di Parkinson
in particolare. Tuttavia, in accordo con i criteri di selezione
ormai accettati, tale intervento è proponibile ad un
numero ristretto di pazienti, soprattutto per i limiti di
età, l’elevato grado di collaborazione richiesto
nella fase peri-operatoria e la non proponibilità a
soggetti con significativi disturbi psichiatrici o declino
cognitivo. Allo scopo di allargare le possibilità di
una soluzione chirurgica in pazienti con malattia avanzata
è stata proposta la stimolazione extradurale della
corteccia motoria (Motor Cortex Stimulation: MCS) già
utilizzata nella terapia del dolore “centrale”.
La stimolazione extradurale della corteccia motoria (EMCS)
rappresenta una valida alternativa alla DBS per quei pazienti
in fase avanzata di malattia di Parkinson non rispondenti
alla L-dopa e con iniziale deterioramento cognitivo. Nonostante
i benefici non siano clinicamente comparabili a quelli indotti
dalla DBS, l’EMCS ha il vantaggio di non presentare
effetti collaterali, di essere più facilmente praticabile
e di condurre ad una riduzione della terapia farmacologia.
Tale metodica prevede il posizionamento extradurale di un
elettrodo quadripolare sulla corteccia motoria primaria (M1),
nella sede relativa alla rappresentazione funzionale della
mano e successiva connessione ad un generatore di impulsi
posizionato in sede sottoclaveare.
La
terapia genica
La
terapia genica consiste nell'inserzione di uno specifico gene
all'interno di un gruppo di cellule bersaglio al fine di modificarne
le funzioni. In questo modo è possibile inserire un
gene potenzialmente terapeutico all'interno di neuroni che
non esprimono o hanno perduto la capacità di esprimere
tale gene. La terapia genica può rivelarsi come un
valido approccio nella cura di malattie neurodegenerative,
inclusa la malattia di Parkinson. La perdita dell'innervazione
dopaminergica striatale ha infatti condotto alla possibilita'di
utilizzare la terapia genica al fine di rimpiazzare la dopamina
perduta.
Nonostante queste terapie si siano dimostrate efficaci in
modelli animali sperimentali, rimane una certa preoccupazione
circa gli effetti a lungo termine, specialmente per quanto
riguarda la difficoltà di controllare la produzione
ed il rilascio di dopamina con il conseguente rischio di indurre
discinesie da eccesso di dopamina.
Il trasferimento di geni che producono fattori di crescita
neuro trofici costituisce un'altra interessante alternativa.
I fattori di crescita possono proteggere i neuroni da fattori
tossici, stimolare la crescita di assoni in fase degenerative
ed aumentare le possibilità di sopravvivenza di neuroni
danneggiati da una varietà di fattori, inclusa la presenza
di malattie neuro degenerative.
Infusione
intracerebrale di farmaci
Un'altra
strategia chirurgica utilizzata nel trattamento della malattia
di Parkinson consiste nell'infusione intracerebrale di farmaci.
L'infusione di GDNF ricombinante, farmaco che esercita effetti
neuro protettivi e neurotrofici sui neuroni Dopaminergici,
è in grado di preservare la funzionalità della
via nigrostriatale e di reintegrare funzioni motorie danneggiate
in primati sperimentali con lesioni della substantia nigra.
Trapianti neurali
Il trapianto di tessuto neuronale rappresenta un'importante
linea di ricerca nel tentativo di trovare una cura efficace
per le malattie neurodegenerative. In particolare, nel caso
della malattia di Parkinson, un notevole sforzo è stato
fatto al fine di individuare una metodica che permetta di
trapiantare neuroni in grado di produrre dopamina e di sostituire
i neuroni nigrostriatali perduti .
Cellule
staminali
Le cellule staminali embrionali, in presenza di una particolare
proteina, possono differenziarsi in neuroni che producono
dopamina ed indurre un miglioramento motorio ed elettrofisiologico
nei modelli sperimentali. Un grosso vantaggio nell'uso delle
cellule staminali rispetto ai vettori virali sta nel fatto
che i neuroni non vengono modificati geneticamente e non vengono
indotte mutazioni genetiche. In più la possibilità
di raggiungere una riparazione soddisfacente di regioni cerebrali
danneggiate può produrre una serie di utilizzazioni
terapeutiche a larghissimo spettro. Bisogna però tener
presente che le cellule staminali potrebbero non essere immunologicamente
compatibili con l'ospite e potrebbero produrre neoplasie in
caso di mancato controllo dei meccanismi di proliferazione
cellulare .
La
fisioterapia
Si
riconosce unanimemente alla riabilitazione fisioterapica,
praticata ai soggetti affetti dal morbo di Parkinson, un insostituibile
ausilio per contrastare e rallentare la progressione della
malattia. Sebbene non abbia valenza curativa per la malattia,
integrata alla terapia farmacologica consente la conservazione
nel paziente di un buon tono fisico e un significativo recupero
delle capacità motorie non definitivamente compromesse.
Per riuscire in questo intento deve, perciò, fare affidamento
a tutte le proprie risorse personali: volontà, tenacia,
voglia di reagire sono indispensabili per il successo del
trattamento.
Arteterapia
È una cosa importante, sia in senso motorio che più
propriamente psicologico, in quanto evita quella tendenza
alla chiusura in se stessi, a non relazionarsi con nessuno,
a non “andare verso l’altro”, elementi questi
che possono rendere veramente “murati vivi” indipendentemente
dalla presenza di rigidità, acinesia e altri disturbi
del movimento.
La vastità della sintomatologia del paziente parkinsoniano
(disturbi motori, ma anche psichici, come ansia, depressione,
apatia, etc.) rende sempre più necessario un approccio
di tipo olistico, che abbracci la persona nella sua globalità.
Per questi motivi è stato pensato, presso l’I.N.M.
Neuromed, di affiancare la riabilitazione neuromotoria con
la recitazione teatrale allo scopo di migliorare gli “outcome”
della fisioterapia e fornire ai pazienti un valido mezzo di
sostegno. Tutto ciò nasce dal presupposto che l’espressione
artistica e i percorsi del processo creativo promuovono l’integrazione
psichica, emotiva, cognitiva, psicosociale, contribuendo di
riflesso, a migliorare la qualità della vita delle
persone affette e permettono di ricreare l’impersonificazione
dei diversi ruoli della vita
Anche altri tipi di attività stimolanti la creatività
sono da consigliarsi, come il ballo, la musicoterapia, la
pittura, manipolazioni della creta. Queste forme di attività
situate a ponte tra motricità e psichismo, hanno una
funzione liberatoria delle componenti emotive, affettive ed
immaginative troppo a lungo inibite e congelate.
Consigli pratici
L’accettazione
della malattia
È questa una delle fasi più difficili da affrontare,
un processo graduale, lento ma indispensabile per elaborare
i vissuti depressivi che il messaggio di malattia comporta,
in altri termini, l’inevitabile ferita al proprio “Io”
di chi si domanda: “Perché proprio a me?”,
occorre, come si suol dire, “Rimboccarsi le maniche”,
e affrontare giorno per giorno, con forza, con fede e con
speranza le difficoltà della vita. Sono sicuramente
da evitare meccanismi difensivi rigidi e immaturi (come la
rimozione e la negazione). Essi tenderebbero ad innescare
pericolose “fughe” nel magico, in terapie alternative,
in interminabili viaggi dell’illusione nel tentativo
di farsi dire qualcosa di diverso o di farsi dare qualche
terapia miracolosa al termine della quale si ritorna più
poveri e più malati di quando si era partiti. È
invece indispensabile restare con i terapeuti che vi seguono
da tempo, che sanno le problematiche neurologiche, internistiche
e psicologiche che sono in contatto con i migliori esperti
al riguardo e sono a conoscenza di tutte le novità
che la ricerca è in grado di poter dare.
La
dieta
Una corretta alimentazione risulta indispensabile al fine
di migliorare l'efficacia farmacologia. E' dimostrato da studi
e confermato dai pazienti che, un dieta ipoproteica a pranzo,
migliora l'efficacia della levodopa, mentre un'alimentazione
equilibrata diminuisce il rischio di malattie gastroenteriche,
cardiovascolari e del sistema osseo- articolatorio.
Una dieta ad hoc per i malati di Parkinson, specie per coloro
che si curano con la levodopa, sembra quindi essere una necessità
in quanto i pasti possono interferire con l'azione del farmaco:
la levodopa è un aminoacido neutro che per essere assorbito
(cioè per passare dall'intestino al sangue e da questo
al cervello) richiede un processo attivo e dispendio di energia.
Di conseguenza qualunque processo che ritardi o inibisca quest'assorbimento
rallenta e diminuisce l'efficacia del farmaco. Le proteine
utilizzano lo stesso trasporto attivo della levodopa e pertanto
possono porsi in competizione con essa. Una dieta che faccia
limitato uso di proteine e la somministrazione del farmaco
lontano dai pasti sono accorgimenti utili al fine di non compromettere
l'effetto della terapia farmacologia.
La famiglia
Non dobbiamo mai dimenticare che è il paziente il vero
attore della propria esistenza, del proprio benessere psico-fisico,
o come è di moda dire, della propria qualità
di vita. Il medico ed i familiari, assieme agli altri operatori,
sono solo i registi che devono e guidarlo senza sostituirsi
a lui, né anticiparlo a fin di bene. È importante
dunque avere con il proprio assistito un atteggiamento “elastico”
che sia sì di tutela ma non di iperprotettività,
di stimolo ma nel contempo di protezione, lasciando che il
paziente faccia tutto ciò che può fare da solo,
sapendo però di poter contare su qualcuno in caso di
gravi difficoltà.
La casa
I malati di Parkinson spesso sono in grado di conservare una
certa autonomia nelle loro attività quotidiane. Tuttavia
i sintomi tendono a peggiorare nel tempo e possono rendere
difficile svolgere le piccole attività di ogni giorno.
La disponibilità di un ambiente abitativo sicuro ed
adatto alle nuove esigenze contribuisce a prolungare il periodo
di autonomia e innalzare la qualità della vita del
malato. È importante mantenere un ordine e una struttura
nella vita quotidiana del paziente, modificando l’ambiente
in modo tale da renderlo sicuro, confortevole e funzionale.
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